La mia storia (3° parte)

Un’amica mi fa il nome di un giovane chirurgo del Rizzoli che ha da poco operato una sua conoscente con un problema, forse, simile al mio. Non perdo tempo e prenoto una visita.
Il giovane dottore, gentilissimo e molto disponibile, mi diagnostica oltre alla pronazione una iper lassità legamentosa. E’ un po’ restio a farmi l’intervento in quanto, dice, nel mio caso risulterebbe abbastanza complicato per diversi motivi. Mi consiglia l’ennesimo centro in cui fare i plantari, dicendomi che sono i migliori della città e che se non avessi risolto nemmeno con quelli si sarebbe valutato l’intervento.
Ricomincia quindi la trafila per i nuovi plantari che, ovviamente, hanno su di me lo stesso effetto di tutti quelli fatti precedentemente: mi fanno stare peggio.Ricomincio a correre avanti e indietro per sistemarli, per rifarli fino a quando non decido di arrendermi su questo fronte.
Anzichè tornare del giovane ortopedico che mi ha visto la prima volta (ammetto che un po’ mi ha frenato la sua giovane età), vado da un nuovo dottore, abbagliato anche dalle tante recensioni positive sul suo conto lette in rete.
Alla visita si presenta attorniato da 4 o 5 allievi e più che spiegare a me i problemi sta facendo una lezione a loro usandomi come cavia. Questo non ha dubbi e vuole operarmi. Mi propone una osteotomia del calcagno. Quando oso domandargli spiegazioni mi risponde con fare piccato che me lo ha appena detto in cosa consiste l’intervento: una osteotomia del calcagno.
Trattengo la mia voglia di spaccargli il naso e gentilmente gli domando di cosa si tratta visto che non avendo studiato medicina non posso saperlo. Mi spiega frettolosamente che si tratterebbe di segare la parte finale del calcagno e di fissarla nella posizione desiderata con l’ausilio di 2 grosse viti.
Non mi dice altro, mi chiede se voglio mettermi in lista per l’intervento e mentre uno dei suoi allievi inserisce la nota lui saluta ed esce con la sua corte al seguito. Tutto questo per 150 euro.
Ritorno a casa e mi assalgono tanti dubbi. Gli scrivo una mail chiedendogli se fosse possibile potersi rivedere un attimo per domandargli alcune cose. D’altra parte si sta parlando di un intervento abbastanza invasivo, credo sia normale cercare di informarsi. Mi dice di andare il giorno seguente e che mi avrebbe ricevuto tra una visita e l’altra. Mi fa aspettare quasi 3 ore. Quando mi riceve, alla prima domanda esordisce dicendomi testualmente “ma se l’intervento le crea tanta ansia non si operi, non è obbligato…”
Trattengo la rabbia per questo suo continuo modo di fare arrogante e supponente. Domando velocemente quel che mi serve (meno di 2 minuti) e me ne vado.
Decido che piuttosto che farmi mettere le mani addosso da questo mi opero da solo e sinceramente fatico a comprendere tutte quelle recensioni positive.
“Me le scrivo io” disse alla visita nell’unico momento di forzata simpatia in cui, dopo avermi domandato come lo avessi conosciuto, gli risposi che era stato grazie alle recensioni su internet.
Mi sa tanto che è vero.
Sempre orientato sul Rizzoli continuo a documentarmi e a ricercare finchè non scopro che l’unità ortopedica di Bentivoglio, che fa sempre capo al Rizzoli, è specializzata nei piedi.
Trovo un medico che mi sembra possa fare al caso mio e prenoto una nuova visita.
Di questo nuovo specialista ho da subito una buona impressione. Gli racconto tutti i miei trascorsi e a quel punto anche lui mi propone l’intervento anche se differente dal precedente.
Gli racconto della precedente visita e della proposta fattami dal collega ma secondo lui per il mio problema quell’intervento non sarebbe stato risolutivo.
Mi metto quindi in una nuova lista di attesa per una “artrodesi della sottoastragalica secondo Grice”.

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